Quando il sintomo rende visibile ciò che avevamo imparato a non sentire

Pubblicato il 27 gennaio 2026 alle ore 11:58

Mi sono svegliata una mattina con un pensiero chiaro: la malattia diagnosticata è forse la prima cosa davvero visibile, dopo tanti tentativi di comprenderci, che ci dice qualcosa di noi.

Come se avere finalmente un nome, una forma, un riferimento concreto, rendesse tutto più chiaro.
Come se dicesse: ecco, ora sai da dove partire per aiutarti davvero.

Diventare consapevoli delle proprie strategie interne è un lavoro lungo, costante, impegnativo.

La percezione di noi stessi è filtrata da molti meccanismi di difesa, adattamento, sopravvivenza.

Stratificazioni che si accumulano nel tempo e che rendono difficile una comprensione autentica di ciò che siamo.

E dentro queste stratificazioni, la nostra vera essenza non è morta. È solo nascosta.

 

Quello che possiamo chiamare sé autentico, o vibrazione originale.
Quella nota unica che solo noi emettiamo.
Il “la” su cui si accorda tutta la nostra vita.

 

La malattia, il sintomo fisico, diventa disarmonia su un piano materico, visibile.
Ma spesso quella disarmonia esisteva già su un piano più sottile, interiore, invisibile.
Solo che lì, non sempre siamo in grado di riconoscerla. 

Per tanti motivi, ma soprattutto per alcune credenze profonde che ci rendono inconsapevolmente ciechi di noi stessi.

Una delle più frequenti è questa: 

non posso essere me stesso.
Se lo fossi, non sarei accettato.
Non piacerei.
Perderei l’amore.

Da qualche parte nella nostra storia deve essere successo qualcosa.
Un momento in cui, per non perdere l’approvazione delle persone importanti per noi, abbiamo rinunciato a essere noi stessi.

E da lì abbiamo iniziato a indossare maschere. Abiti più adatti, più accettabili, più funzionali, più adattabili.

Se ci pensiamo davvero, è spesso più facile perdere noi stessi che perdere chi si prende cura di noi.

È una strategia dolorosissima, ma ci permette di continuare a crescere, di sopravvivere, di andare avanti.

Finché arriva un giorno.

Un incontro.
Un evento.
Una crisi.
Una relazione.
Una perdita.
Una malattia.

Qualcosa che risveglia il nostro sé autentico.

Quella parte non ha mai smesso di esistere.
È rimasta in attesa.
In silenzio.
Viva.

Aspettava solo il momento buono, in cui un qualcosa ci avrebbe fatto ricordare, ciò che avevamo dimenticato per sopravvivere.

Una parte scomoda.
Non sempre amata.
Non sempre accettata.
Ma fondamentale.

Perché è quella che contiene la nostra musica vera.
La nostra frequenza.
La nostra identità profonda.
La possibilità di essere noi stessi, e non solo funzionali nella vita degli altri.

I processi di ritorno a questa nota non sono sempre dolci, come con la biorisonanza. A volte sono dolorosi, rompenti e scomodi.

Succede qualcosa che fa cadere le maschere, i ruoli, le strutture e le strategie smettono di funzionare.
Improvvisamente ci sentiamo nudi, vulnerabili, senza difese. Eppure pieni di risorse.

È il giorno in cui inizia una seconda vita.
O forse una seconda possibilità di vivere la stessa vita con una coscienza più ampia.

 

Da adulti, possiamo finalmente riabbracciare quel bambino interiore che ha sofferto, che si è adattato, che ha imparato a non disturbare, che ha rinunciato a sé per sentirsi amato.

E possiamo prendercene cura. Davvero.

Siamo fortunati quando questa riconnessione avviene senza danni biologici, ma non sempre è così.
A volte la consapevolezza arriva anche attraverso il corpo, attraverso il sintomo o la malattia.

Osservo spesso comportamenti disfunzionali ripetuti nel tempo, sottovalutandone l’impatto reale sul corpo. Come se il corpo fosse sempre l’ultimo a cui chiediamo ascolto.

E allora la malattia non è solo una rottura, è anche una soglia, un passaggio. 

Un richiamo profondo.

Senza strumentalizzarla o idealizzarla, ma riconoscendola per ciò che è, può diventare
un’ulteriore occasione di risveglio, un invito radicale a tornare a noi, una possibilità autentica di rinascita.

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