Perché ti senti sola anche quando non lo sei: il ruolo del sistema nervoso

Pubblicato il 11 febbraio 2026 alle ore 16:29

Ci sono persone che hanno relazioni, famiglia, contatti, eppure sentono una solitudine profonda
Non è una solitudine “sociale”. È una solitudine interna, sottile, spesso difficile da spiegare.

Non la senti perché “mancano gli altri”.
La senti perché, per tanto tempo, il corpo ha imparato a stare in piedi e ad andare avanti a tutti i costi.

Molte persone hanno sviluppato presto un grande senso di autonomia: hanno imparato a essere forti, a tener duro. Ascoltano, si adattano, vanno avanti anche quando sono stanche.

Questo assetto rende forti, ma a lungo andare può creare una sensazione interna di disconnessione:
sono con gli altri, ma non mi sento davvero in contatto.

Dal punto di vista del corpo, non è una questione di pensieri. È il sistema nervoso che resta in una modalità di “autosufficienza di sopravvivenza”: funziona, ma non si lascia sostenere.

Quando il corpo non registra sicurezza nel contatto, anche la vicinanza può non nutrire.
Si può essere amati e non sentirsi raggiunti. Si può essere ascoltati e non sentirsi visti fino in fondo.

Questa dinamica non è un difetto, ma una strategia antica: un modo intelligente che la vita ha trovato per andare avanti quando non c’era abbastanza appoggio.

Il percorso per tornare a una modalità più sostenibile non passa dal “forzarsi ad aprirsi di più”, ma dal ricostruire, poco alla volta, esperienze di sicurezza nel contatto:

  • appoggiarsi fisicamente
  • respirare sentendo il sostegno
  • portare in relazione piccole verità
  • permettere al corpo di sentire che può fidarsi e non deve reggere tutto da solo

Quando il corpo torna a sentire sicurezza, la presenza dell’altro diventa percepibile anche dentro.
E la solitudine, piano piano, smette di essere lo sfondo costante dell’esperienza.

Non perché improvvisamente ci sono più persone, ma perché c’è più contatto con sé, e quindi più possibilità di contatto con l’altro.

Probabilmente non serve fare di più, potrebbe bastare per un momento fermarsi e ascoltarsi.
Sentire come stai davvero quando sei in mezzo agli altri. Notare se stai reggendo o se ti stai lasciando sostenere.

Non per giudicarti, ma per riconoscerti. Perché l’ascolto di sé non è un esercizio da fare bene,
è un modo di tornare in contatto con la propria modalità interna.

E ogni piccolo gesto di presenza verso di te è già un passo verso una relazione più viva con la vita e con gli altri.

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