Ci sono persone che hanno relazioni, famiglia, contatti, eppure sentono una solitudine profonda.
Non è una solitudine “sociale”. È una solitudine interna, sottile, spesso difficile da spiegare.
Non la senti perché “mancano gli altri”.
La senti perché, per tanto tempo, il corpo ha imparato a stare in piedi e ad andare avanti a tutti i costi.
Molte persone hanno sviluppato presto un grande senso di autonomia: hanno imparato a essere forti, a tener duro. Ascoltano, si adattano, vanno avanti anche quando sono stanche.
Questo assetto rende forti, ma a lungo andare può creare una sensazione interna di disconnessione:
sono con gli altri, ma non mi sento davvero in contatto.
Dal punto di vista del corpo, non è una questione di pensieri. È il sistema nervoso che resta in una modalità di “autosufficienza di sopravvivenza”: funziona, ma non si lascia sostenere.
Quando il corpo non registra sicurezza nel contatto, anche la vicinanza può non nutrire.
Si può essere amati e non sentirsi raggiunti. Si può essere ascoltati e non sentirsi visti fino in fondo.
Questa dinamica non è un difetto, ma una strategia antica: un modo intelligente che la vita ha trovato per andare avanti quando non c’era abbastanza appoggio.
Il percorso per tornare a una modalità più sostenibile non passa dal “forzarsi ad aprirsi di più”, ma dal ricostruire, poco alla volta, esperienze di sicurezza nel contatto:
- appoggiarsi fisicamente
- respirare sentendo il sostegno
- portare in relazione piccole verità
- permettere al corpo di sentire che può fidarsi e non deve reggere tutto da solo
Quando il corpo torna a sentire sicurezza, la presenza dell’altro diventa percepibile anche dentro.
E la solitudine, piano piano, smette di essere lo sfondo costante dell’esperienza.
Non perché improvvisamente ci sono più persone, ma perché c’è più contatto con sé, e quindi più possibilità di contatto con l’altro.
Probabilmente non serve fare di più, potrebbe bastare per un momento fermarsi e ascoltarsi.
Sentire come stai davvero quando sei in mezzo agli altri. Notare se stai reggendo o se ti stai lasciando sostenere.
Non per giudicarti, ma per riconoscerti. Perché l’ascolto di sé non è un esercizio da fare bene,
è un modo di tornare in contatto con la propria modalità interna.
E ogni piccolo gesto di presenza verso di te è già un passo verso una relazione più viva con la vita e con gli altri.
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