Il corpo come porta di rientro: quando sentire viene prima di capire

Pubblicato il 25 febbraio 2026 alle ore 17:50

Il corpo come porta di rientro: quando sentire viene prima di capire

Ci sono momenti in cui le parole non bastano.
Sai raccontare quello che ti succede, forse lo hai già spiegato molte volte.
Ma dentro resta una sensazione di distanza, come se il racconto non toccasse davvero ciò che vivi.

Il corpo, invece, non sa mentire.
Porta tracce di ciò che hai attraversato, di ciò che hai trattenuto, di ciò che non hai potuto esprimere.
Spesso ce ne accorgiamo solo quando il corpo “si fa sentire”: tensioni, stanchezza, rigidità, fatica a rilassarsi, sonno irregolare.
Non sono segnali da zittire.
Sono richieste di ascolto.

Viviamo in una cultura che privilegia il capire al sentire.
Siamo abituate a interpretare il corpo come qualcosa da gestire, controllare, aggiustare.
Ma il corpo non è un problema da risolvere.
È una porta di rientro nella presenza.

Quando il contatto con il sentire si è assottigliato, tornare nel corpo può essere il primo passo gentile per rientrare in sé.
Non parlo di “fare qualcosa al corpo”, ma di abitare di nuovo il corpo:
accorgersi del respiro, delle tensioni, dei micro-segnali che raccontano come stai davvero.

Il lavoro corporeo, per come lo intendo io, non è una tecnica per “rilassare e basta”.
È un invito a fermarsi, a rallentare, a percepire ciò che c’è, senza doverlo subito interpretare o cambiare.
A volte il semplice sentire una parte del corpo che si scioglie o si ammorbidisce apre spazi emotivi che le parole da sole non riescono a toccare.

Dal punto di vista più teorico, il corpo è uno dei principali canali di regolazione del sistema nervoso.
Quando siamo state a lungo in modalità di adattamento o di sopravvivenza, il corpo rimane in uno stato di allerta di fondo.
Il lavoro corporeo, fatto con presenza e rispetto, può aiutare a riportare gradualmente una sensazione di sicurezza interna.
Non perché “cura”, ma perché ricorda al sistema che può fermarsi.

La mia esperienza personale mi ha insegnato che non si torna a sé solo capendo meglio.
Ci sono passaggi che avvengono quando il corpo si sente accolto, quando smette di essere solo un mezzo per andare avanti e torna a essere un luogo in cui abitare.

Se senti di essere spesso “nella testa” e poco nel corpo, se fai fatica a rilassarti davvero o a percepire cosa ti farebbe bene, forse non hai bisogno di un’altra spiegazione.
Forse il primo passo è un gesto di presenza verso il corpo, semplice, senza forzature.

Non per diventare qualcun’altra.
Ma per tornare a casa, anche lì.

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