Sono le quattro del pomeriggio. La testa comincia a pulsare, leggermente. Hai ancora tante cose da fare, faccende varie e la cena a cui pensare.
Apri la borsa. Il blister è lì, come sempre.
Mandi giù una compressa, e vai avanti.
E’ un’abitudine che a volte serve, ma non sempre.
Non è mio interesse scrivere parole contro i farmaci. Gli antidolorifici esistono per un motivo, e quando servono, servono. Voglio soffermarmi su quello che succede prima.
Su quei trenta secondi tra il primo segnale e la mano che cerca la pastiglia.
Il dolore è un messaggio, non un nemico
Il corpo non fa male per dispetto. Il dolore è uno dei suoi modi più antichi per comunicare: fermati, qui c’è qualcosa, guarda.
Spesso il messaggio è semplice. Non hai bevuto o non hai mangiato. Stai stringendo i denti da ore. Le spalle tirate... sei al pc da ore e non ti alzi dalla sedia da stamattina.
Quando zittiamo il segnale prima di ascoltarlo, il dolore passa. Ma il messaggio resta lì, non letto. E il giorno dopo il corpo lo rimanda. Magari un po’ più forte.
Il corpo sa ritrovare il suo equilibrio
Il corpo ha risorse proprie. Il respiro che rallenta il battito. Il muscolo che, se ha la possibilità, si scioglie. Il riposo che ricarica. È quella che si chiama autoregolazione: la capacità del corpo di tornare in equilibrio, quando gli lasciamo il tempo di farlo.
Quando diciamo che il tempo è prezioso, per il corpo lo è davvero, è una risorsa necessaria per rigenerarsi.
Come ogni capacità, si allena. E come ogni capacità, se non la usiamo, si indebolisce.
Se rispondiamo a ogni segnale con una pastiglia, non diamo al corpo il tempo di fare la sua parte. E piano piano smettiamo di sentirlo. Perdiamo l’abitudine di riconoscere da dove arriva la tensione, e cosa la scioglie.
C’è anche un esempio concreto, ben conosciuto dai medici: il mal di testa da uso eccessivo di farmaci. Chi prende antidolorifici per il mal di testa troppo spesso può ritrovarsi, nel tempo, con un mal di testa più frequente, non meno. Un circolo che poi richiede tempo, e l’aiuto del medico, per essere interrotto.
Cosa vuol dire ascoltare il corpo, in pratica
Non serve niente di complicato. Basta invertire l’ordine: prima ascolti, poi decidi.
La prossima volta che arriva un dolore leggero, prima della pastiglia prova così:
- Fermati. Anche solo un minuto.
- Chiediti dove lo senti, esattamente. Com’è? Pulsa, stringe, pesa?
- Guarda le ultime ore. Ho bevuto? Ho mangiato? Ho respirato?
- Fai tre respiri lenti, facendo uscire l’aria dalla bocca. Lascia scendere le spalle. Separa i denti.
- Bevi un bicchiere d’acqua. Se puoi, cambia posizione, o esci un attimo all’aria.
Poi aspetta qualche minuto. A volte il dolore si attenua. A volte no, e allora la pastiglia ha il suo perchè. Ma avrai scelto di prenderla, non presa in automatico.
Quando non aspettare
Ascoltare il corpo vuol dire anche capire quando ha bisogno d’altro. Se un dolore è nuovo, molto forte, diverso dal solito, o non passa, non va gestito da sole: va portato al medico. L’ascolto non sostituisce le cure. Le rende più consapevoli.
Un’alleanza, non una lotta
Per molte di noi il corpo è diventato uno strumento da tenere in funzione. Lo zittiamo perché non c’è tempo per lui.
Ma il corpo non è un ostacolo tra noi e la lista delle cose da fare. È l’unico posto in cui viviamo davvero. Ascoltarlo non vuol dire rinunciare a qualcosa, vuol dire smettere di pressarlo, e cominciare ad andargli incontro.
Il corpo non mente mai. Basta imparare ad ascoltarlo.
Se senti di aver perso l’abitudine di ascoltarlo, e vuoi ritrovarla con calma, la porta del Corpo nella Mappa di Riconnessione è un buon punto da cui partire.
Aggiungi commento
Commenti